Quella gran bugiarda di Poli

Quella gran bugiarda di PoliPaolo Poli. Come lui ce ne sono pochi, anzi forse nessuno e adesso ha deciso di raccontare la sua avventura in questo piccolo mondo e le sue sere sul palcoscenico ad un giovane autore Giovanni Pannacci, in un libro leggero e delizioso. Siamo tutte delle gran bugiarde, Perrone Editore.

All’approssimarsi del suo ottantesimo compleanno, Paolo Poli, uno dei più grandi attori italiani, racconta la sua vita. L’infanzia fiorentina in una famiglia particolarmente moderna e illuminata, con la mamma maestra montessoriana che gli permetteva di leggere libri pornografici perché consapevole dell’importanza della lettura tout-court. La precocissima folgorazione per il teatro che lo fa trasferire a Roma poco più che ventenne. I primi passi nel cinema e nei fotoromanzi, che interpretava indossando le giacche rubate a Franco Zeffirelli. La gaia atmosfera della dolce vita.

Avventure mondane con Laura Betti, l’affinità elettiva con Federico Fellini, la severità di Pierpaolo Pasolini. L’ipocrisia della televisione democristiana e poi, ovviamente, il teatro. Dai primi ingaggi in compagnie importanti dove Poli impara quella che chiama “la praticaccia”, alla decisione di diventare capocomico nel momento in cui quasi tutte le grandi compagnie si scioglievano per essere assorbite dai teatri stabili. Ma Poli è un artista rigoroso e libero, vuole giocare e rischiare, senza avere padroni. Come quando mettono una bomba in teatro per impedirgli di rappresentare la sua parodia di S. Rita o come quando un incendio distrugge le intere scenografie di uno spettacolo e lui va in scena lo stesso, utilizzando fogli di giornale come scenografia.

Col tempo Paolo Poli inventa un genere teatrale del tutto nuovo ed originalissimo, un misto fra cabaret, teatro musicale e spietata critica sociale. Non a caso è stato spesso paragonato ad un altro immenso artista come Dario Fo. Una vita trascorsa a parodiare il potere, il cattivo gusto della piccola borghesia, i vizi e le virtù dell’italietta provinciale e pavida. Il tutto senza moralismi, ma con lo sfarzo scintillante dell’ironia. Alla fine del libro si scoprirà che non c’è alcuna differenza fra l’attore e l’uomo. Come l’attore, anche il Poli uomo adora incantare gli interlocutori, tessere affabulazioni che intrecciano verità e invenzione. Ma la menzogna per Poli non è una bugia, diventa trucco, trovata scenica. “Io adoro” dice “mettere le frange alla realtà, perché l’immaginazione prolunga la vita”. Ecco perché colui che è stato da poco nominato Grande Ufficiale della Repubblica, ci definisce tutte “delle gran bugiarde”, anche se lui, bacchettando l’autore del libro, durante la trasmissione di Fabio Fazio, Che tempo che fa, dice che “gran” si usa solo al singolare. Rimarrà sempre un esempio di lucidità intellettuale e di sincerità.


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